Rifletti: Chi dovrebbe definire le malattie? (1)

Chi stabilisce i confini tra ciò che è da considerare normale, a rischio o patologico? E come avviene questo delicato processo? Ray Moynhian, giornalista e docente universitario australiano che si occupa da anni di questi temi, analizza la situazione sulle pagine del British Medical Journal (BMJ) e si chiede come sostituire le attuali commissioni di esperti pieni di conflitti di interessi, che definiscono le malattie (1).

La nostra propensione a prevenire le malattie e la morte precoce – dice Moynhian – sta portando a ridefinire sempre più persone sane come malate e a prescrivere loro dei farmaci che dovranno prendere per tutta la vita per ridurre i rischi. Secondo una recente analisi, le definizioni di malattia si sono talmente allargate che quasi tutta la popolazione adulta più anziana viene ora classificata come affetta da almeno una malattia cronica.

Allagare così tanto i limiti per definire una persona malata e abbassare di pari passo le soglie per il trattamento, finisce per esporre persone con problemi lievi o rischi modesti, ai danni e ai costi di trattamenti di poco o nessun beneficio. Inoltre è diventato chiaro che molti membri delle commissioni che hanno preso queste decisioni, hanno legami finanziari diretti con le ditte che traggono benefici da questa estensione. Secondo Moynhian, sta crescendo la preoccupazione che i medici stiano iper-diagnosticando milioni di persone che, fino a poco tempo fa, venivano considerate sane. Voci autorevoli si domandano se non sia venuto il tempo che la società in generale abbia un ruolo più diretto nel decidere chi realmente meriti di essere etichettato come malato e alcuni chiedono un rinnovamento importante del modo di definire le malattie.

Le commissioni con conflitti allargano i confini delle malattie e abbassano le soglie per il trattamento

Moynhian riferisce che tra i 12 membri della commissione che ha creato la discutibile categoria diagnostica della “pre-ipertensione” nel 2003, 11 ricevevano denaro dalle compagnie, e metà di loro ha dichiarato ampi legami con più di 10 ditte a testa. C’è chi ha posizioni critiche e rifiuta la definizione di pre-ipertensione (2), ritenendola una pseudo-sindrome dannosa che aumenta il mercato delle compagnie farmaceutiche. E alcuni hanno fatto presente che questa diagnosi farebbe classificare come malati quasi il 60% della popolazione adulta degli USA. Anche 11 dei 12 autori del documento del 2009 sul diabete di tipo 2, avevano pesanti conflitti di interesse; lavoravano infatti come consulenti, relatori o ricercatori per una media di nove compagnie ciascuno. Questa commissione ha sostenuto l’abbassamento dei limiti della glicemia e ha difeso esplicitamente l’uso del rosiglitazone, ritirato poi dal mercato dall’Agenzia del farmaco europea perché creava pericoli per la salute. Sulla disfunzione sessuale i conflitti di interesse hanno raggiunto livelli assurdi: i dipendenti della compagnia farmaceutica hanno progettato insieme a consulenti pagati, gli strumenti diagnostici per identificare e poi medicalizzare milioni di donne con un disturbo di “basso desiderio” che forse non esiste neppure (3).

Uno degli esempi più noti di commissioni con conflitti di interesse che hanno ampliato le definizioni di malattia – continua Moynhian – riguarda il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM, Manuale di diagnostica e statistica delle malattie mentali). Il 56% dei membri della commissione che ha prodotto la quarta edizione del Manuale, aveva legami economici con le industrie farmaceutiche, e per alcune sottocommissioni – come quelle sui disturbi dell’umore – la percentuale saliva al 100%. Sebbene le nuove indicazioni dell’Associazione psichiatrica americana mirassero a ridurre i conflitti di interesse, la percentuale di persone con relazioni finanziarie con le compagnie farmaceutiche nella commissione che sta producendo la quinta edizione, è esattamente la stessa: 56%. Allen Frances, lo psichiatra che ha coordinato la quarta edizione (il DSM-IV), afferma in modo categorico che si deve togliere questa attività all’Associazione psichiatrica americana. Secondo lui la IV edizione ha inconsciamente contribuito a un’esplosione di diagnosi non necessarie nel campo del deficit di attenzione, dell’autismo e del disturbo bipolare. E sottolinea un aspetto importante, spesso non considerato o sottovalutato: oltre ai legami finanziari, anche i conflitti intellettuali possono avere un grande peso. Ad esempio i ricercatori – spiega Frances – potrebbero aver fatto inconsapevolmente pressione per un maggior riconoscimento delle loro malattie “preferite”. Non è detto che dietro alle decisioni che portano vantaggi all’industria, ci sia necessariamente la spinta di quest’ultima. Frances teme che l’imminente DSM-V possa scatenare nuove “epidemie di falsi positivi” (falsi malati) e che esperienze comuni come abboffarsi di cibo o avere crisi di irascibilità,

possano essere scambiate erroneamente per sintomi di nuove malattie. Secondo lui gli esperti non sopportano l’idea di perdere potenziali pazienti e non sono in grado di valutare i rischi e i benefici della creazione di nuove malattie o dell’ampliamento delle vecchie. “Questo tipo di lavoro non dovrebbe più essere fatto da nessuna associazione professionale. E’ necessario un nuovo modo per definire le malattie”, conclude Frances.

(1) CONTINUA tratto dal sito dei nostri amici medici: vedi web nograzie pago io! dr.luisella

vedi anche un minivideo sulla logica delle industrie multinazionali farmaceutiche, al top mondiale dei fatturati, video molto noto in USA:

Epa1Yc7WFS8